Montecatini (PT)

Vedi che succede a venire in questo posto pieno di comunisti, Berly?
E stavolta t’è andata bene.


(La foto che avevo linkato è sparita, porcaeva! Ho ritrovato solo il thumbnail di Google.
Mi sta bene, così imparo a linkare senza scaricare!)
(Update: ritrovata versione migliore, grazie a GeorgiAmada)

Graphic novel – Città di vetro

Il terzo volume della collana di graphic novel proposta da Repubblica è "Città di vetro", tratto dal romanzo omonimo di Paul Auster e realizzato da David Mazzucchelli.
Anche questo è un libro notevole, come gran parte dei titoli della collana. Però patisce il fatto di essere l’adattamento di un romanzo. Sarà che la "Trilogia di New York"  di Auster (di cui "Città di vetro" è la storia più lunga) la conosco, perciò non ho potuto godermi l’intreccio coi suoi sviluppi da apparente noir.
Il racconto di Auster è decisamente "letterario", molto costruito e pieno di giochi di autoreferenzialità (c’è chi critica lo scrittore americano per questa esibizione di "cerebralità"), ed inevitabilmente il fumetto di Mazzucchelli, in molte delle sue tavole, diventa un racconto parallelo di illustrazioni con lunghe didascalie di testo. Però le idee del disegnatore sono davvero geniali, e il suo tratto a me piace molto. Forse il testo avrebbe potuto essere più sintetico, anche a costo di "tradire" il romanzo originale.
Il volume contiene anche una short story di Mazzucchelli, "Big Man", forse anche più bella come disegno.

Il secondo volume di questa encomiabile collana di Repubblica-L’Espresso.Coconino Press me lo sono perso, boja d’un mond lèder!

Repubblica mi ha copiato il grafico!

Sul Venerdì di Repubblica di oggi c’è  un articolo dedicato al debito pubblico italiano. A corredo dell’articolo c’è un semplice grafico con l’andamento del debito dal 1956 ad oggi, con l’aggiunta delle foto dei presidenti del Consiglio più rilevanti del periodo catastrofico, gli anni ’80 (quando cioè il debito passò dal 60% circa del PIL al 120% abbondante. Tali presidenti del Consiglio furono, come si sa, Craxi e Andreotti.
Il grafico di Repubblica è questo qua:

repubblica debito
Qualche mese fa, in questo blog, feci un semplice post per ricordare quando e per opera di chi si è creato quello smisurato debito pubblico che grava tuttora sull’economia italiana. A corredo del post, mi fabbricai un chiaro grafico, questo qua:

Ok, l’idea è banale, probabilmente è una coincidenza.

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L’intestino sessuato

Ok, la pubblicità dei lassativi non è una novità. I leggendari Confetti Falqui(**) hanno avuto persino l’onore di entrare in una vecchia canzone-monologo di Gaber.

Ciò che trovo stupefacente però è che ora
    1)  il problema della scarsità di cacca ora si chiama "regolarità" ;
    2)  sembra che tale problema interessi soprattutto le giovani donne.
L’Activia col serpente Bifido, lì, della Marcuzzi, e quell’altra roba tipo frullato di yogurt + crusca(*) che imperversa in questi giorni, lasciano infatti questo sospetto: una volta capito che queste pubblicità non alludono (è tutto un alludere, chiaramente) alla regolarità del ciclo bensì a quella del colon, è lecito chiedersi se la carenza di cacca sia davvero un problema peculiare delle giovani donne – già flagellate da ciccia da perdere, tono muscolare scarso, pelle che non va bene, capelli ribelli, ascella pezzata, coscia-culo col battistrada, peli da sradicare/diserbare etc.

Cos’è, la stipsi maschile non si può nominare? Evoca àmbiti sconvenienti/crassi?

Che poi, io sono assolutamente favorevole a questo tipo di campagne per l’igiene personale! Senza dubbio! Ma meglio che qui mi autocensuri, visto dove vado a parare; magari ci sono dei minorenni…

p.s.: comunque la marcuzzi può.

(*) ah, ora mi ricordo: i fiocchi Kellogs All-Bran

(**) Falqui, basta la parola!

Jester Dancer test

Ho molta strada da fare prima di poter realizzare delle animazioni degne appena di questo nome.
Considerato che parto da QUI.

(Avevo trovato un link ad un libidinoso programma freeware per fare animazioni, e non lo ritrovo… Shit!)

Jest Fests

Impazzano coast to coast ("impazzano"… si fa per dire) le giornate Jest Fest, ovvero incontri con letture, giochi, personaggi e drink per celebrare i 10 anni di "Infinite jest".
Nelle prime tre serate (NewYorkCity, Los Angeles e boh), Lui In Persona non si è visto. C’era però il suo agente e, tra gli altri, il regista del film che si sta traendo appunto da Infinite Jest. Sapevàtelo.

Irma, Reggio Emilia e la vendetta

Infine, un libro di Paolo Nori, io l’ho letto. Non ero costretto a farlo; non è stato il pegno di un giuoco perduto né l’adempimento al voto per una grazia ricevuta. Io, "Noi la farem vendetta" – ovvero l’ultimo libro per l’appunto di Paolo Nori – l’ho letto volentieri, con grate aspettative e senza fatica.

Bisognerà dire, anzitutto e tassonomicamente, che questo libro non è un romanzo. E già, così precisando, siamo a buon punto. Dire cosa sia, parrebbe altrettanto opportuno; ma meno agevole. Ha senso, infatti, usare una categoria (romanzo, saggio, diario, epistolario, j’accuse, tragedia, bolla di scomunica o che) se se ne individua una acconcia tra quelle note e attestate. A che scopo definire ex novo una categoria calzante, la quale giocoforza conterrà il solo elemento sul quale la si è tessuta? Fo dimolto prima a definire direttamente di cosa consista l’elemento in questione. No?
Ora, dire di cosa consista un libro è còmpito di per sé incluso di default nella scaletta di una recensione fatta a modo, urbana e civile. Dunque
direi che questo incaglio posso zomparlo senza altri complimenti. (Ci sarebbe il fatto che questa non è una recensione, ad incrinare la logica di quanto su detto; ma questo basta tacerlo; la critica letteraria si nutre di omertà, è un fatto.)

Per venire infine al dunque, Paolo Nori ci dice che da tanto tempo pensava di scrivere qualcosa sui Fatti di Reggio Emilia. Non c’è motivo di dubitarne; ed infatti ecco che quel libro, egli, l’ha scritto (e Feltrinelli l’ha pubblicato, 191 pagg., 15 euro). "Noi la farem vendetta" parla infatti – soprattutto – di quella vicenda (ci vorrà un link per i più giovani, credo) avvenuta nel 1960 e subito divenuta parte dell’epica, della liturgia e dei rituali della Sinistra storica (e anche "sinistra storica" forse occorrerebbe ricordare cosa significhi… Prenderò in considerazione la possibilità di accorpare un glossario – ahimé!).
Strumento fondante della creazione di un’epica dei Fatti di RE è stata senza dubbio alcuno la  canzone di Fausto Amodei "Per i morti di Reggio Emilia". Se esistesse una canzone parimenti azzeccata per la strage di Portella delle Ginestre, per dire, o per Piazza Fontana, o per Pio La Torre, anche quegli eventi avrebbero avuto un peso diverso nella liturgia della Sinistra storica e nella memoria di alcune generazioni – sorvolando sul fatto che nel frattempo la Sinistra storica è scomparsa, sic transit gloria mundi.

Ordunque, Paolo Nori ha vissuto il tempo ed il luogo adatti per sorbirsi la liturgia e l’epica della Sinistra storica (lo stesso dicasi per me, per altro). Naturalmente, ora che è diventato grande ed è persino babbo di una bella bambina, lo scrittore parmigiano sa bene dove finisce la storia e dove inizia la retorica, riguardo a vicende come i Fatti di RE. "Noi la farem vendetta" è obiettivo al limite dell’innocenza, nelle parti in cui si raccontano premesse, accadimenti e séguito di quel giovedì 7 luglio 1960, quando la Polizia attaccò in forze una manifestazione di piazza contro il governo Tambroni, sparando contro la folla. Cinque morti e tot feriti. Un eccidio di Stato, freddamente pianificato. Insomma, i fatti sono fatti, c’è poco da fare retorica ma è d’uopo far memoria.

Ho dimenticato di dire una cosa che forse andava detta subito (pardon): il libro di Paolo Nori non parla solo dei Fatti di RE; anzi, direi che ne parla marginalmente. Parecchio ma marginalmente. In effetti egli, l’autore, parla di sé, di come fa il babbo e di come canta le canzoni anarchiche dell’800 ad Irma, la sua bimba. In una di queste canzoni, "Figli dell’officina" (che a dire il vero è del 1921), c’è il brano che dice "Dai monti e dalle valli/ giù giù scendiamo in fretta,/ con queste man dai calli/ noi la farem vendetta"; e tante altre strofe piene di propositi belluini e guerresco ardore. Questi anarchici dell’800 erano incazzati neri, si sa; persino nel 1921. Probabilmente alla loro violenza ornata di fieri mustacchi, noi, che generalmente la disapproviamo, dovremmo esser grati, a posteriori. Nondimeno la disapproviamo, è pacifico. Siamo pacifici.
Anche Paolo Nori la disapprova; e in più, ora che è divenuto babbo, la sua visione del mondo si è fatta, da pessimistica, ottimistica. E ciò ci riferisce in questo libro, benché questo mio soggettivo riassunto sia a tal proposito colpevolmente tranchant.

Aggiungo infine (no, il glossario non lo faccio; i giovani si arrangino; sono giovani apposta),  aggiungo, dicevo, che, come c’era da aspettarsi, lo scrittore parmigiano usa anche in questo suo libro quel suo periodare che si finge un calco di una sbobinatura, di una forma orale impoverita dalla scomparsa delle inflessioni della voce.
Ora, a me "Noi la farem vendetta" è piaciuto; lo giuro. Ne condivido persino il senso, in parte.
Però quel modo di scrivere finto naïve, che a volte ricorda i temi dei bambini delle elementari, alla faccia della sintassi, ecco, io purtroppo non lo reggo proprio. Non ne reggo la scorrettezza (a volte ho dovuto rileggere un paio di volte dei periodi nei quali mi ero perso) e non ne reggo la pretesa ingenuità. Prediligo la prosa corretta ed infino barocca – non so se si nota.
Ammetto però che qua e là la prosa di Paolo Nori fa ridere.

Delle canzoni "
Per i morti di Reggio Emilia" e "Figli dell’officina", i link mandano ai testi e ai file audio mp3, disponibili online.

Correva l’anno 1953

Ho messo online il file audio di Pasolini che legge la sua poesia "Il canto popolare" . 

Qui.

Il canto popolare – Pier Paolo Pasolinipasolini

    
    Improvviso il mille novecento
    cinquanta due passa sull’Italia:
    solo il popolo ne ha un sentimento
    vero: mai tolto al tempo, non l’abbaglia
    la modernità, benché sempre il più
    moderno sia esso, il popolo, spanto
    in borghi, in rioni, con gioventù
    sempre nuove – nuove al vecchio canto –
    a ripetere ingenuo quello che fu.
    
    Scotta il primo sole dolce dell’anno
    sopra i portici delle cittadine
    di provincia, sui paesi che sanno
    ancora di nevi, sulle appenniniche
    greggi: nelle vetrine dei capoluoghi
    i nuovi colori delle tele, i nuovi
    vestiti come in limpidi roghi
    dicono quanto oggi si rinnovi
    il mondo, che diverse gioie sfoghi…
    
    Ah, noi che viviamo in una sola
    generazione ogni generazione
    vissuta qui, in queste terre ora
    umiliate, non abbiamo nozione
    vera di chi è partecipe alla storia
    solo per orale, magica esperienza;
    e vive puro, non oltre la memoria
    della generazione in cui presenza
    della vita è la sua vita perentoria.
    
    Nella vita che è vita perché assunta
    nella nostra ragione e costruita
    per il nostro passaggio – e ora giunta
    a essere altra, oltre il nostro accanito
    difenderla – aspetta – cantando supino,
    accampato nei nostri quartieri
    a lui sconosciuti, e pronto fino
    dalle più fresche e inanimate ère –
    il popolo: muta in lui l’uomo il destino.
    
    E se ci rivolgiamo a quel passato
    ch’è nostro privilegio, altre fiumane
    di popolo ecco cantare: recuperato
    è il nostro moto fin dalle cristiane
    origini, ma resta indietro, immobile,
    quel canto. Si ripete uguale.
    Nelle sere non più torce ma globi
    di luce, e la periferia non pare
    altra, non altri i ragazzi nuovi…
    
    Tra gli orti cupi, al pigro solicello
    Adalbertos komis kurtis!, i ragazzini
    d’Ivrea gridano, e pei valloncelli
    di Toscana, con strilli di rondinini:
    Hor atorno fratt Helya! La santa
    violenza sui rozzi cuori il clero
    calca, rozzo, e li asserva a un’infanzia
    feroce nel feudo provinciale l’Impero
    da Iddio imposto: e il popolo canta.
    
    Un grande concerto di scalpelli
    sul Campidoglio, sul nuovo Appennino,
    sui Comuni sbiancati dalle Alpi,
    suona, giganteggiando il travertino
    nel nuovo spazio in cui s’affranca
    l’Uomo: e il manovale Dov’andastà
    jersera… ripete con l’anima spanta
    nel suo gotico mondo. Il mondo schiavitù
    resta nel popolo. E il popolo canta.
    
    Apprende il borghese nascente lo Ça ira,
    e trepidi nel vento napoleonico,
    all’Inno dell’Albero della Libertà,
    tremano i nuovi colori delle nazioni.
    Ma, cane affamato, difende il bracciante
    i suoi padroni, ne canta la ferocia,
    Guagliune ‘e mala vita! in branchi
    feroci. La libertà non ha voce
    per il popolo cane. E il popolo canta.
    
    Ragazzo del popolo che canti,
    qui a Rebibbia sulla misera riva
    dell’Aniene la nuova canzonetta, vanti
    è vero, cantando, l’antica, la festiva
    leggerezza dei semplici. Ma quale
    dura certezza tu sollevi insieme
    d’imminente riscossa, in mezzo a ignari
    tuguri e grattacieli, allegro seme
    in cuore al triste mondo popolare.
    
    Nella tua incoscienza è la coscienza
    che in te la storia vuole, questa storia
    il cui Uomo non ha più che la violenza
    delle memorie, non la libera memoria…
    E ormai, forse, altra scelta non ha
    che dare alla sua ansia di giustizia
    la forza della tua felicità,
    e alla luce di un tempo che inizia
    la luce di chi è ciò che non sa.
    
    1952-53