Un museo del Berlusconismo

Propongo fin da ora l’istituzione di un museo del Berlusconismo. Un archivio sistematico che raccolga e documenti i fatti, i ceffi, gli scandali, le dichiarazioni sparate, le intercettazioni telefoniche, le puttane, i premier nudi in piscina, le minorenni, i processi, i cambiamenti di opinione in corsa, le smentite, le telefonate in trasmissione, i servi, la stampa becera, le copertine dei giornali esteri, le gaffe, le lamentazioni ai presidenti abbronzati, gli insulti, i gestacci, i fuori onda, la disinformazione, le condanne, gli arresti, i baciamano, gli immigrati affogati, i bungabunga, i tunnel dei neutrini, i monopoli tv, i conflitti di interesse, le olgettine…

Altrimenti tra 20 anni non ci crederà nessuno.

Il crollo è all’inizio

Silvio B si dimetterà sabato – domenica al massimo. La sfiducia nei suoi confronti è così diffusa e grande che non è bastato un suo annuncio di dimissioni, martedì, a fermare la crisi finanziaria e la speculazione: si è dovuto indicare una data precisa e vicinissima, avere una conferma senza ambiguità del fatto che le dimissioni sono in pratica già sigillate, nominare il PresdelCons in pectore. Fosse ancora necessaria una prova di tale sfiducia e mancanza di credito, ieri c’è stata.

La resa del “caimano” è arrivata però con grandi perdite. E’ arrivata dopo aver perso tempo e sprecato denaro pubblico da agosto ad oggi. E’ arrivata buttando via in interessi di debito 3 manovre correttive solo negli ultimi 6 mesi. Le conseguenze di ciò sono una politica di rigore, risparmi, sacrifici che il prossimo governo di “emergenza nazionale” a guida Monti dovrà attuare in grande fretta. E ciò avrà un effetto sull’opinione pubblica che ancora non c’è stato.

Salvare l’Italia dalla bancarotta avrà un costo sociale ancora non valutabile, ma comunque alto. La rabbia si sostituirà all’indignazione, e la politica dei partiti non sarà in grado di gestirla. La Lega, l’IdV, la sinistra radicale e l’antipolitica si preparano già a cavalcare la rabbia; ma è difficile che abbiano la credibilità per riuscirvi.

L’effetti dei prossimi sacrifici e il loro costo sociale non sono, appunto, prevedibili. Dipende dalle scelte che il prossimo governo farà, e da quelle che sarà costretto a fare. Ma da questa rabbia potrebbe scaturire la possibilità di spazzare via gran parte della classe politica attuale (cosa che sarebbe accaduta sicuramente in caso di bancarotta, ma ad un prezzo ancora più alto).

Insomma, la fine del “regno” di Silvio I° potrebbe innescare un cambiamento capace di travolgere la cosiddetta Seconda Repubblica.

 

La cosa bizzarra è che l’unica cosa che tiene in piedi il Governo Berlusconi è l’euro. Nessuno, in UE o nel mondo, può permettersi di far fallire l’Italia, in questo momento; a causa delle conseguenze a catena che ciò avrebbe.

Se non fosse per questa ragione, il Governo attuale sarebbe stato appeso per i piedi da un pezzo.

Festa PD locale

Questi sarebbero dirigenti politici nazionali

L’economia del Paese Italia è in stasi. C’è una gravissima crisi finanziaria che il Governo non sa affrontare (e, nel frattempo, perde ulteriormente credibilità di fronte ai mercati). Da tutte le parti si chiedono le dimissioni di Berlusconi. Una terza manovra, un terzo prelievo di soldi dai cittadini e dalle aziende italiane appare sempre più probabile. La sfiducia nei confronti della politica è ai suoi massimi storici.

In questo quadro, a cosa pensano alcuni importanti dirigenti nazionali del PD? A chiedere di ridiscutere la leadership del partito e di fare primarie in contrasto con lo Statuto.

 

Traparenza preventiva: proposte per il PD

Ripropongo e amplio l’intervento che ho mandato al “Tirreno” di Pistoia a Luglio; lo ripropongo in occasione della decisione della Commissione nazionale dei Garanti del PD che ieri ha sospeso Filippo Penati dal partito. Non entro nel merito di quella decisione se non per ricordare che è stata presa dopo aver esaminato tutte le carte disponibili e ascoltato il diretto interessato.

Vorrei invece invitare il PD, a principiare da quello di Pistoia, ad andare oltre i gesti di tardiva riparazione che, come nel caso di Penati, si fanno – doverosamente – per salvare il salvabile.

Vorrei invitare il PD a cercare di riconquistare un po’ della fiducia perduta a causa di pochi singoli dirigenti. Occorre sciogliere tutte le ombre, perché nell’ombra le colpe di pochissimi gettano sospetto anche sugli altri.

Occorre quindi una dose gigante di trasparenza.

Propongo che tutti i dirigenti e gli amministratori del PD rendano pubblica la loro dichiarazione dei redditi e la loro posizione lavorativa;
che lo stesso valga per tutti i nominati nelle aziende partecipate e nelle cariche ASL di nomina politica;
che lo stesso si faccia anche per tutti gli iscritti PD che hanno cariche nel sindacato.
Sono dati in parte già pubblici. Andrebbero solo integrati e pubblicati in modo organico online.
A che servirebbe? A togliere preventivamente possibile ombre. E a diminuire un po’ la distanza tra chi fa attività politica e chi nella politica e nei politici non ci crede più.

Propongo infine che siano resi pubblici gli elenchi degli iscritti.

E poi, come già detto, ripropongo che siano resi pubblici nomi e cifre di chi ha dato contributi al PD, così come chiedevo a luglio:

La cosiddetta “questione morale” diventa più pesante quando l’economia arranca. In soldoni: il politico che ruba indigna di più quando persone, famiglie e aziende faticano ad andare avanti.

Per il Partito Democratico, poi – quando è toccato da vicende giudiziarie – quella indignazione è accresciuta dal fatto che il PD dovrebbe storicamente essere proprio dalla parte di quelle famiglie e aziende in difficoltà.

Le recenti cronache riguardandi dirigenti nazionali del PD quali Pronzato e Penati hanno riacceso quella indignazione proprio in un momento in cui il Partito di Bersani è in recupero nei sondaggi. 

Come può il PD mostrare che la stragrande maggioranza dei suoi dirigenti e amministratori locali è composta da gente perbene? Da semplice iscritto ed elettore, vorrei avanzare una piccola proposta, rivolta soprattutto agli organismi locali: rendiamo pubblici tutti i finanziamenti che il PD riceve, a livello comunale, provinciale e regionale. Mostriamo più trasparenza di quella richiesta dalla legge. Più trasparenza degli altri partiti. Sùbito. 

Si rendano note le liste di coloro che dànno contributi volontari al PD, compreso l’ammontare di ciascuno di quei contributi: persone, ditte, associazioni.

Spazziamo via dal nostro territorio le ombre provocate da quei fatti di cronaca recenti e da quelli più vecchi (chi non ricorda le intercettazioni telefoniche in cui l’Assessore Cioni chiede all’imprenditore – cui sta concedendo di costruire il nuovo stadio di Firenze – soldi per la sua prossima campagna elettorale?). 

Qualcuno obbietterà che, così facendo si perderanno i contributi di coloro che non gradiscono tale pubblicità. Può darsi. Ma la stessa pubblicità delle liste dei contribuenti viene attuata (per legge) quando i contributi vengono dati ad un candidato sindaco in campagna elettorale. Dov’è la differenza? 

Penati, ti fai giudicare, vero?

…Rinunci alla prescrizione, vero?

Eh, se sei innocente non puoi accettare un verdetto di prescrizione del reato in cui si scrive che ci sono «gravi indizi di colpevolezza» ed è dimostrata «l’esistenza di numerosi e gravissimi fatti di corruzione» da te «posti in essere»! Sarebbe come ammettere la colpa.

Update: Dice che sì, si farà giudicare. Vedremo.

 

 

 

Il nuovo slogan di Renzi

Un sacco di gente, negli ultimi 2 anni, ha criticato il presenzialista sindaco di Firenze Matteo Renzi dicendo: “Non ha proposte, solo ambizione”. Ed ecco che lui, attento a ciò che fa consenso, recepisce le critiche e presenta “100 cose concrete per l’Italia”  (intanto le preannuncia, con oculato marketing).

Purtroppo, così facendo, ribadisce solo che il suo unico obbiettivo è soddisfare l’ambizione personale.

Se la gente chiede proposte, Renzi tira fuori le proposte; dimenticando che, per essere credibili, bisognerebbe cercare il potere per realizzare le idee, non cercare le idee per raggiungere il potere.

La parola chiave è ancora “credibilità”.

 

Ci vorrebbe un governo mondiale

Un bell’articolo di Aldo Schiavone (“Repubblica”, 21-8-2011) che chiarisce come la crisi degli Stati nazionali di fronte ai mercati mondiali non rappresenta il punto di arrivo del capitalismo (neretti miei).

“Se il crollo dei mercati trasforma la democrazia”, di Aldo Schiavone
Un tema che sembrava a molti dimenticato sta ritornando in questi giorni al centro dell´attenzione, spintovi dalle drammatiche vicende dell´estate: i rapporti fra politica ed economia in una democrazia matura. Mentre il decreto con la cosiddetta manovra si avvia verso il suo difficile cammino parlamentare, vale la pena di fermarsi ancora un momento a riflettere.
A volte, l´inconcludenza e la debolezza possono essere rivelatrici più della determinazione e della forza. Nella vita delle persone, come in quella delle nazioni. E così l´inadeguatezza del governo nel fronteggiare la crisi che sta scompaginando l´Occidente – inadeguatezza nella previsione, nella gestione, nel calcolo delle conseguenze – costringendo le istituzioni europee allo strappo di un brusco e inconsueto intervento, ci ha posto di fronte a uno stato di cose che non possiamo ignorare.
È messo a rischio il principio di sovranità degli Stati, ha scritto Roberto Esposito, aprendo un fronte d´analisi su cui molti commentatori si sono esercitati in questi giorni. E di sicuro qualcosa di profondo sta mutando nell´equilibrio dei poteri che reggono l´Occidente, mentre l´impressione di un ritrarsi sconfitto della politica – di ogni politica – innanzi all´invasività di un gioco finanziario autoreferenziale, ingordo e tendenzialmente antidemocratico appare sempre di più come un destino comune, e non soltanto italiano.
E però vi sono due elementi da tener presenti, che rendono il quadro forse meno fosco, e comunque più complicato di quanto non si creda.
Il primo riguarda il fatto che la rivoluzione tecnologica ha trasformato le basi sociali delle nostre democrazie. Questo avrebbero dovuto spiegarci gli economisti, se l´economia fosse ancora una scienza sociale e non solo una modellistica matematica. Il tessuto democratico classico aveva al suo centro il vecchio lavoro produttivo di merci materiali – sia dal lato operaio che da quello dell´impresa, dei mezzi di produzione – e aveva come punto di riferimento un capitale industriale poco mobile, fortemente radicato nel territorio e nella sua storia demografica e sociale.
Questo mondo è in via di estinzione. Il nuovo lavoro ad alta intensità tecnica e conoscitiva – quello su cui si fonda sempre di più la cittadinanza contemporanea (se vogliamo conservare un rapporto fra cittadinanza e creazione di ricchezza), quello cui affidiamo il nostro futuro – ha bisogno, per svilupparsi, di condizioni che solo capitali molto più duttili, reattivi e versatili sono in grado di assicurare: in altri termini, di una rete di mercati finanziari. Si stabilisce così una relazione strettissima fra innovazione tecnologica e trasformazione finanziaria dell´economia; e dunque, di conseguenza, fra lavoro e capitale finanziario: un nesso che si dimostra sempre di più la base stessa delle società contemporanee, dove la finanziarizzazione diventa parte integrante del quadro democratico. Senza lavoro non c´è democrazia (una Repubblica fondata sul lavoro, come dice la Costituzione). Ma oggi non c´è lavoro senza innovazione tecnologica e intensità di conoscenze. E queste a loro volta non si creano senza capitale e mercati finanziari. Il problema non sta dunque nella separazione – nel presunto abisso – fra politica ed economia, che se ne andrebbero ciascuna per le sue, l´una sempre più armata, l´altra più impotente, ma al contrario si trova nelle modalità del loro intreccio. La verità è che siamo entrati in una nuova epoca, segnata non dalle dicotomie ma dalle integrazioni: l´età della democrazia complessa.
Il secondo elemento, strettamente connesso al precedente, riguarda l´immodificabilità delle strutture economiche da parte della politica. La vulgata ideologica che ci ha sommerso per oltre un ventennio (altro che fine delle ideologie!) pretendeva che l´anarchia capitalistica globale che abbiamo sperimentato negli ultimi decenni fosse l´unica risposta possibile, e che l´assoluta anomia dei mercati coincidesse con il miglior mercato pensabile. Come se la globalizzazione dovesse inevitabilmente portare con sé, quale conseguenza inevitabile, una totale assenza di regole, e un ritrarsi sconfitto della politica da ogni luogo che contasse per dare una forma alle nostre vite.
C´è voluta una crisi mondiale per capire che non era così; che tanto selvaggio anarchismo era solo l´esito storico, del tutto provvisorio, della fase d’avvio della rivoluzione tecnologica – esattamente come era accaduto, due secoli fa, con la rivoluzione industriale – e che molte strade, anche assai diverse fra loro, ci si aprono davanti. Esattamente come è già successo di fronte alla rivoluzione industriale, sta alla politica disegnare lo scenario che ci aspetta: aprire una grande stagione di riequilibrio e di assestamento globale, di crescita sostenibile e di riduzione delle diseguaglianze – come è realistico e del tutto alla nostra portata – o rimettersi ostinatamente, come se nulla fosse, sulla via della rottura e della lacerazione. Il modo di produzione capitalistico ha questo che lo rende unico nella storia, e, per ora, insostituibile: di avere confini (empiricamente e concettualmente) inesplorati, dove è possibile coniugare in molti modi, anche inediti, profitto ed equità. Certo, si è creata una dissimmetria fra la pesante localizzazione “nazionale” del comando politico, e la leggerezza globalizzata della nuova economia. C´è chi ha cercato di incunearsi in questo vuoto. Colmarlo non è impossibile: una nuova sfida per una politica all´altezza dei tempi, e non un ostacolo da trasformare in un alibi. L´Italia è troppo piccola per immaginarsi di trovare da sola una soluzione; ma è abbastanza grande da non sfuggire alla responsabilità di cercarla. Che questo obiettivo oggi appaia del tutto fuori dei nostri orizzonti è un´altra colpa – forse la più grave – di chi ci ha governato in questi anni.

Quell’Istituzione per sostituire le Province

(Lettera inviata alla stampa locale, in versione integrale – ché la versione per i giornali è molto più corta).

Update: la lettera è uscita sul Tirreno di Pistoia del 26 agosto

La parte edificata della pianura Pistoia-Prato-Firenze

In séguito al Decreto Legge per la Manovra aggiuntiva del 13 agosto, la provincia di Pistoia risulta tra quelle soppresse. La domanda venuta subito alla mente di qualche cittadino pistoiese è stata “E ora che ci facciamo con le nuove sedi della Prefettura e della Questura che si stanno ultimando nell’Area ex Breda?”. Infatti il DL che sopprime le province sotto i 300.000 abitanti specifica che “la soppressione delle Province di cui al comma 1 determina la soppressione degli uffici territoriali del governo aventi sede nelle province soppresse”.

Naturalmente, quale che sia l’istituzione sovracomunale che sostituirà la Provincia di Pistoia, sedi locali succursali per la Questura e la Prefettura ci saranno ugualmente (o almeno si spera).

Ma la questione spicciola sul destino del grande edificio di 12.000mq che è sorto nell’Ex Breda porta ad una riflessione più ampia sul governo del territorio dopo lo sviluppo degli ultimi 30 anni e sull’esigenza di adeguare le istituzioni per tale funzione.

Esiste già uno strumento istituzionale che sta tra la Provincia e la Regione: è la Città metropolitana(da non confondere con l’Area metropolitana). Almeno, esiste sulla carta; è stato istituito con la Legge 142/1990 e successivamente confermato nel Testo Unico Enti Locali (Legge 267/2000). E’ stata persino inserita nella Costituzione, la Città metropolitana, con la riforma del Titolo Quinto (Legge Costituzionale n. 3/2001). Secondo la legge, le Città metropolitane, ove istituite, sostituiscono le Province e svolgono tutte le loro funzioni – più alcune altre.

Non sembra un istituto fatto apposta per la situazione creata dal DL di Ferragosto, con la sua maldestra soppressione di alcune Province? Questo almeno per le zone dove per legge è già delimitata un’Area metropolitana (e la zona Firenze-Prato-Pistoia è tra queste).

Ecco dunque che questo DL pieno di iniquità e incertezze offre almeno l’occasione per smuovere il localismo di campanile e le esigenze politiche di casta che hanno bloccato per 20 anni la costituzione della Città metropolitana FI-PO-PT, nonostante il gran parlare che si è fatto di “area metropolitana” o “area vasta”.

Le Città metropolitane nascono infatti, sulla spinta del decentramento portato dalle leggi scritte da Franco Bassanini, per l’esigenza di governare aree che si sono sviluppate di fatto con una omogeneità e organicità che richiede di superare le divisioni territoriali risalenti a due secoli fa e ormai obsolete. Mentre i Comuni mantengono un’importanza sostanziale per il governo di una comunità cittadina, la divisione in province della pianura che va da Pistoia a Firenze è oggi solo un ostacolo allo sviluppo di quell’area, e un ostacolo al governo di tale sviluppo da parte delle istituzioni democratiche.

La pianura Firenze-Prato-Pistoia (escludendo la Valdinievole, le zone montane e la zona Empoli-Valdelsa) comprende 24 Comuni, da Pontassieve a Serravalle, e tre province.  In quest’area operano 24 piani regolatori e 3 piani territoriali provinciali che non sono adeguati a governare un territorio con queste dimensioni e potenzialità di sviluppo. Lo dimostra il fatto che, dopo la crescita degli ultimi decenni, oggi quest’area fisicamente è già una città per densità edilizia e abitativa e lo sarà sempre di più (fino alla saturazione).

Che se ne prenda coscienza o meno, la “città metropolitana” è già e lo sarà sempre di più – questo è il punto – una realtà concreta (la foto lo dimostra anche visivamente).

Per governare tale sviluppo – e non lasciarlo al caos generato da 24 PRG e 3 PTC – si devono sfruttare due fatti positivi: il primo è il fatto che l’area non è ancora satura e conserva ampi spazi agricoli (in rapida diminuzione) che offrono la possibilità di governare le esigenze dello sviluppo e organizzare il territorio. Il secondo è che la tendenziale saturazione avviene per crescite policentriche: ogni centro si è sviluppato secondo caratteristiche e indirizzi specifici da difendere e valorizzare ma che rischiano, se non controllate globalmente, di portare all’esplosione quando logiche di crescita estranee fra loro arriveranno alla collisione (come in parte  sta già succedendo nella parte est dell’area fra Prato e Firenze).

E’ assolutamente necessario, e non da ora, un governo unitario dell’area per affrontare adeguatamente e unitariamente i fenomeni di trasformazione e di sviluppo economico e delle conseguenti  esigenze insediative, industriali, infrastrutturali (aeroporto, metropolitana e asse viario centrale per citarne tre),  turistiche e della organizzazione dei servizi.  Lo strumento per attuare questo governo è la Città metropolitana.

Finora esigenze politiche di casta  hanno impedito di affrontare questo problema e si è risposto all’esigenza di un governo unitario istituzionale con un fuorviante coordinamento che considera l’area  metropolitana una strutturazione territoriale del Piano Regionale di Sviluppo – cosa giusta, ovvia, ma assolutamente ininfluente rispetto alla necessità di una struttura istituzionale di governo.

Occorre valutare per tempo questi fenomeni provvedere con ampio anticipo, finchè si può ancora allestire strutture all’altezza delle necessità di una conurbazione di questa natura – necessità che per altro, stanti le esperienze di altre situazioni analoghe, sono facilmente prevedibili.

 

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