Vonnegut/ Un uomo senza patria

FInita questa breve raccolta di articoli (o conferenze riscritte, non so) di Kurt Vonnegut. Col consueto disincanto pieno di ironia, l’autore di Mattatoio 5 parla di varie questioni di attualità e letteratura. I testi, tutti molto brevi, sono del 2005 (se non tutti, gran parte) e i bersagli preferiti dell’allora 83enne Vonnegut sono George W. Bush, l’inquinamento e la stupidità umana. Ma ci sono anche molti aneddoti personali.

unuomosenzapatriasq0Comunque se parlo di questo Un uomo senza patria (A Man without a Country) è solo per annotare il fatto che Vonnegut appartiene a quell’insieme di persone che hanno un’idea molto disincantata, cinica e abbastanza nichilista della vita umana; e che inoltre sono pessimisti riguardo al futuro della nostra specie; e che tuttavia trovano che ci sono cose per cui vale la pena vivere.
Anche se non esiste alcun senso alto per le nostre vite, pare pensare Vonnegut, ci sono tuttavia cose davvero piacevoli, divertenti, appaganti che possiamo scoprire e raggiungere (una di queste, una delle poche cose per cui vale la pena vivere, secondo KV, è la musica).

Non sono molti, quelli che appartengono a quell’insieme di persone e ne hanno così lucida consapevolezza – purtroppo, vorrei aggiungere.

C’era una volta la Democrazia

In un bell’articolo su Repubblica di ieri Gustavo Zagrebelsky parla della democrazia, del ruolo della maggioranza nei regimi democratici, dei rischi di degenerazione che vi sono in tali regimi.
La democrazia si fonda sulla ragione: questa è la tesi che l’illustre costituzionalista fa risalire fino a Pericle. In una vera democrazia la maggioranza può e deve decidere, ma è tenuta a dare argomentazioni razionali e comprensibili delle proprie scelte e di come esse perseguano il bene comune. Quando non accade questo, allora si finisce nel campo della sopraffazione e della violenza, fuori dalla legalità democratica. «Tutto ciò che si costringe qualcuno a fare, senza persuasione, facendolo mettere per iscritto oppure in altro modo – dice Pericle ad Alcibiade – è sopraffazione piuttosto che legge».
La maggioranza democratica, quindi, non solo non può fare qualunque cosa desideri (sarebbe la dittatura della maggioranza vagheggiata da Rousseau), ma deve anche far capire le proprie scelte a tutti, argomentandole sulla base di principi condivisi da tutti – ovvero, nell’àmbito della Ragione pubblica. Diversamente, la democrazia degenera in demagogia (cfr. Luciano Canfora, "Demagogia")

Ora, questo principio è valido non perché lo dice Pericle bensì perché è proprio nel confronto continuo tra molti, tra opinioni diverse che risiede il valore della democrazia. Perché mai, infatti, il potere di decidere non dovrebbe essere affidato ad una élite composta dai migliori, piuttosto che ad una meno qualificata maggioranza? Zagrebelsky fa rispondere ad Aristotele(*), ma qui io faccio una considerazione mia: nella nostra democrazia, oggi, è proprio una élite che detiene il potere – e quanto a considerarla "composta dai migliori"…!
Scopro insomma quest’acqua calda qua: la democrazia rappresentativa (italiana) è in realtà un’oligarchia. E questo non tanto perché a prendere le decisioni ci stanno i rappresentanti della maggioranza del popolo sovrano e non il popolo stesso (la democrazia diretta può funzionare al più in un piccolo villaggio); quanto piuttosto perché questa élite di oligarchi, composta da un pugno di capipartito, ras locali, clientelisti di vario livello, evita sistematicamente di argomentare le proprie decisioni nell’àmbito della ragione pubblica; e non solo fa questo nei confronti della minoranza e dei suoi rappresentanti, ma persino verso quella maggioranza da cui è sostenuta!
Siamo cioè nella situazione in cui un’oligarchia usa demagogicamente il proprio potere per mantenersi al comando. Siamo oltre la dittatura della maggioranza! In una situazione come la nostra (che, evidentemente, è arduo continuare a chiamare "democrazia" in senso classico) Pericle ed Alcibiade avrebbero chiesto asilo a Sparta! E il rischio più grave, in questo quadro, è che l’oligarchia al potere riformi le regole vigenti al fine di conservare la propria posizione di potere e di rafforzarla. Bersaglio: la Costituzione.

(*)Risposta debole, per altro. La ragione vera per stare alla larga dalle oligarchie fatte dalle élite è il fatto che in sistemi di quel tipo manca il controllo.

La Patria non esiste

Pare che gli italiani, a larga maggioranza, ci tengano a che l’Alitalia resti una compagnia aerea di proprietà italiana. Non so se sia vero (questi sondaggi, mica c’è da fidarsi!) ma certamente non ne capisco il senso.
Sarà che l’idea di "patria" e l’orgoglio nazionale, in generale, mi suonano ridicoli. Cose buffe prevenienti da una retorica lontana.
Beh, bisogna anche dire che ho fatto la scuola dell’obbligo in un’epoca in cui ancora si insegnava la Storia in termini di "buoni" e "cattivi", con particolare enfasi sul Risorgimento (ma anche su Roma antica). Inoltre, per tutti gli anni ’70, il patriottismo e il nazionalismo erano cose orribili e ridicole per chiunque – eccettuati i fessacchiotti nostalgici del MSI.

Ma, al di là delle eredità ideologiche, l’idea di "patria" intesa come nazione continua a sembrarmi un brutto retaggio ottocentesco, anche oggi che invece quella idea sembra essere tornata un valore largamente condiviso – forse come effetto della crisi di altri valori di riferimento, forse per la distanza temporale da quel regime fascista che del nazionalismo più becero fece uno dei suoi pilastri; o forse per effetto delle altrettanto becere istanze separatiste sorte nel nord Italia da una quindicina d’anni.
Eppure, a ben vedere, "l’amor di patria"(*) è una creazione della propaganda, niente di più. Un senso di appartenenza del tutto superficiale – infatti convive allegramente con l’egoismo più materiale e gretto. "Viva l’Italia e abbasso le tasse": è una contraddizione, eppure sono slogan di successo, politicamente vincenti e più o meno condivisi da quasi tutti i partiti. La superficialità del sentimento patriottico, del resto, è dimostrata proprio dal fatto che esso va bene finché è a costo zero; infatti l’àmbito ove più largamente lo si trova condiviso è quello del tifo sportivo.

Ma, da circa una ventina d’anni, progressivamente, quel "tifo" è tornato ad essere invocato anche dai politici (in modo più aperto e demagogico di quanto non fosse nei decenni precedenti, diciamo). Tant’è vero che, come dicevo, un propagandista insuperabile come Berlusconi ha pensato bene di usare questo argomento nella recente campagna elettorale, invocando l’italianità necessaria di Alitalia contro il "tradimento" della vendita allo straniero che il Governo opposto all’Unto di Arcore stava realizzando. Come un capo-ultras che grida contro la vendita di un campione da parte della proprietà della squadra per cui fa il tifo, l’attuale PresdelCons ha aizzato la tifoseria promettendo che, appena fosse stato lui il padrone della squadra, avrebbe scacciato gli invasori e trattenuto a vita il campione sotto il gagliardetto azzurro. E i tifosi-cittadini si sono schierati dalla sua parte, sotto l’effetto di quel sentimento superficiale e gretto e indifferenti alla realtà dei grigi conti dello Stato e del peso, sul denaro pubblico e sui servizi che esso deve pagare, di quell’operazione "patriottica" e propagandistica.

Bene, ora dovrei brevemente argomentare sulla differenza tra il concetto di "popolo" (e di "nazione") e quello di "patria nazionale", e su come il secondo sia appunto un artificio propagandistico mentre il/i primo/i non lo è/sono. Ma il post è già abbastanza lunghetto-pallosetto.

(*) Patria nazionale, chiaramente; ben diversamente stanno le cose con l’appartenenza alle varie comunità – nidificate e intersecate tra loro – in cui si svolge la vita quotidiana di ciascuno.

Eggers sulla genesi di Mr.Squishy(*)

Dave Eggers sulla pagina di Memories per DFWallace su McSweeney: "Mr. Squishy" originally ran in McSweeney’s No. 5, under the pseudonym Elizabeth Klemm. When Dave sent it to me, he asked that this pen name be used, and for the life of me now I can’t remember why. I didn’t even question it, really, because we had already published a bunch of stuff in the journal under other authors’ pseudonyms, and I knew there are plenty of good reasons to occasionally write under a different name.
We wanted of course to publish it under his given name, because the story was brilliant and was the longest DFW story we ever got hold of. We were so proud to publish it, but we respected his wishes
. [segue qui]

(*)"Mr Squishy" è un racconto di Wallace contenuto in "Oblio")

Pubblicato in dfw

Carne da amianto

Altra splendida puntata di Blu Notte domenica scorsa. In questa terza puntata (qui visibile in streaming) del nuovo ciclo, Carlo Lucarelli ha raccontato delle migliaia di lavoratori degli stabilimenti Eternit morti di tumore – loro, i loro famigliari, gli abitanti dei paesi vicini agli stabilimenti. La formula del programma è sempre quella: Lucarelli racconta inframezzando il suo narrare con interviste ai protagonisti dei fatti, spezzoni d’epoca, ricostruzioni filmate, pareri di esperti.
In questo caso, la parte più significativa sono le testimonianze dei sopravvissuti alla vera e propria epidemia causata dall’amianto – un’epidemia tuttora in corso anche se l’amianto non si usa più da 20 anni: il tempo di "incubazione" può essere infatti lunghissimo; il picco di casi di tumori si avrà verso il 2012.

Carlo Lucarelli sta facendo un lavoro davvero encomiabile. La memoria storica recente, in tv, la tiene viva solo lui, mi pare (e le reazioni stizzite dei portaborse di Berlusconi, dopo la puntata sui rapporti tra mafia e politica, lo dimostrano).

Forse è di DFWallace

Un sacco di gente(*) – almeno tra i fan di Wallace nella ml wallace-l – è convinta che questa lettera aperta di un ex membro del centro di recupero per tossicodipendenze e alcolismo Granada House sia stata scritta da DFW. I riscontri che essi citano sono nell’età dell’autore, nello stile della lettera e nei pochi dati anagrafici in essa contenuti. La lettera resta tuttavia anonima, ed io non vedo in essa vere prove che possano attribuirla a DFW.

(*)Anche Kottke.

Pubblicato in dfw