“Casa di Foglie”: una interpretazione in ritardo

Poiché non sapevo chi fosse Kevin Carter fino a pochi giorni fa – e quindi non conoscevo la foto che gli fece vincere il Pulitzer – non avevo potuto in passato notare l’esplicito collegamento che c’è tra la vicenda del fotoreporter americano e uno dei personaggi principali di "Casa di foglie" di Mark Danielewski.
Quel collegamento è molto evidente, per chi conosca entrambe le fonti, e infatti nel web l’hanno notato in molti.
A parte il gusto di riconoscere la citazione, la somiglianza tra Carter e il personaggio (Will Navidson ) può dare anche una chiave di lettura ulteriore dell’opera di Danielewski.

"Casa di foglie" pullula di elementi nascosti e indizi criptici – complice la struttura anticonvenzionale del testo – e i fan del romanzo si sono già sbizzarriti nelle più contorte interpretazioni di tali "segnali" – in qualche caso ricevendo la benedizione dell’autore.
Personalmente ho trovato, fin dalla prima lettura di "Casa di foglie", che la parte più valida dell’opera fosse proprio nel personaggio di Will Navidson e nei rapporti interni alla sua famiglia (con la moglie Karen, soprattutto). La parte della narrazione che riguarda il trasloco nella nuova casa da parte della famiglia Navidson (quasi un ritiro, un abbandonare il mondo e il lavoro, per Will), la scoperta e il tentativo di esplorare l’abisso sotterraneo che si nasconde in quell’edificio, e la drammatica "salvazione" finale sono una vera descente en enfer (con dantesco/omerico ritorno), per Navidson – almeno questa è la mia lettura. Ma l’elemento nuovo aggiunto (rafforzato, più che altro) dal parallelo tra Navidson e Carter è un altro.

Il fatto che la "crisi" personale del fotografo Navidson venga ricondotta più volte ad un reportage in zona di guerra e alla foto con la quale egli ha vinto il Pulitzer, mostra come la vicenda reale di Kevin Carter abbia avuto un peso rilevante nell’ispirare Danielewski, al di là del riferimento chiaro alla foto della bambina con l’avvoltoio (la foto che ossessiona Navidson è descritta così: "Come tutto il mondo ricorda, quella famosa immagine mostra una bambina sudanese che sta morendo di fame, troppo debole per scacciare un avvoltoio che le si avvicina furtivo." La foto di Carter è quella qui a fianco).
Carter, come Navidson, subì forti critiche per quella foto; fu tacciato di cinismo e di "sciacallaggio". Infine, Kevin Carter è morto suicida – forse anche come conseguenza del suo lavoro di fotoreporter(*) – e l’ultima esplorazione che Navidson intraprende, da solo, nel labirinto senza fine che sembra estendersi "sotto" la sua casa è anch’esso un atto suicida. (Tra l’altro, Carter è morto nel 1994 e le prime bozze di "Casa di foglie" hanno cominciato a circolare nel 1999.)

Molte pagine di "Casa di foglie" analizzano lo stato psicologico di Will Navidson e di sua moglie. Il malessere del fotografo sembra corrispondere all’ossessione per la sua foto più celebre; la mia ipotesi di interpretazione è allora che la terribile vicenda vissuta nella casa da lui e dalla sua famiglia non sia altro che una "materializzazione" di tale malessere – una materializzazione su pellicola, per altro: nel romanzo la storia di Navidson è in realtà il racconto del contenuto e della critica sul Navidson Record, una pellicola che raccoglie appunto i filmati girati da Navidson nella sua casa e nell’impossibile sotterraneo – quasi un’autoanalisi, una terapia in forma di reportage.

Naturalmente "Casa di foglie" non è solo la storia di Will Navidson. Ci sono almeno altri due livelli di narrazione (e quello relativo a Navidson, che è il più "nidificato", è raccontato per via indiretta). Ne consegue che una lettura della  parte che riguarda il fotoreporter deve avere una sua coerenza anche in relazione agli altri due livelli di narrazione. Tuttavia io continuo a pensare che la parte migliore del romanzo di Danielewski sia proprio quella che riguarda Navidson, e che le altre soffrano di un certo "eccesso di zelo". Inoltre, le interpretazioni  di "Casa di foglie" nel suo complesso sono davvero molte e decisamente congetturali; al punto che non mi pare necessario previlegiarne una.

Certamente mi trovo più propenso a considerare valide le interpretazioni nelle quali la vicenda di Navidson appare coerente nei termini in cui io l’ho letta. E l’ipotesi che la storia di Navidson sia una sorta di terapia, di elaborazione di una crisi psicologica non stride con le interpretazioni di "Casa di foglie" che individuano il vero autore dell’opera in  Pelafina, la madre di Johnny Truant ricoverata in clinica psichiatrica, che avrebbe scritto tutte quelle pagine per Zampanò (di quest’ultimo si ricorda, brevissimamente, un passato da soldato in Indocina).

Ma questa interpretazione, come le altre, si appoggia su piccoli indizi, riferimenti di una riga o di una parola; e, nel valutare il libro di Danielewski, credo sia davvero irrilevante concentrarsi su queste indagini "esegetiche".

(*) Queste sono le parole scritte nel biglietto lasciato da Carter prima di suicidarsi con il gas di scarico della sua auto: "I am depressed … without phone … money for rent … money for child support … money for debts … money!!! … I am haunted by the vivid memories of killings and corpses and anger and pain … of starving or wounded children, of trigger-happy madmen, often police, of killer executioners…I have gone to join Ken if I am that lucky."

Machinima

Io, da tanto tempo, avevo un’ideuzza per fare un fumetto usando come vignette i fermo-immagine di qualche videogame RPG (aggiungendo poi i fumetti). O magari anche usare soltanto quei fermo-immagine come sfondi e disegnare i personaggi. Sarebbe divertente, penso, ambientare una storia, magari molto dissacrante e ironica, in uno dei mondi dei giochi di ruolo (tipo World of Warcraft, Doom, Uru, Final Fantasy ecc.).
Non è detto che non la faccia, prima o poi. Magari col taglio della satira politica.
Però, ora che ho scoperto i machinima – cioè i filmati creati usando i motori grafici dei videogame – la tentazione di tentare un’animazione, invece che un fumetto, è grande. Specie avendo trovato, nello stesso giorno, questo software freeware (ancora lo devo provare) e questo libro.

L’inesorabile Filiera ferox

Da un anno a questa parte – dopo i primi aumenti macroscopici dei generi alimentari – la stampa continua evidenziare quale sia la causa prima di tali, impensabili rincari: la colpa è della filiera!
Anche recentemente (i rincari di settembre sono un classico del giornalismo di fine agosto) c’è stata una pioggia di articoli che spiegano gli aumenti di pasta, frutta e altri generi alimentari (fino al 40% annuo) indicando unanimemente il malvagio oppressore: la filiera, appunto; cioè la serie di passaggi di compravendita che portano le merci dal produttore al dettagliante (fino al 200% di aumento in tali passaggi).

No, niente. volevo solo dire: ma ci fosse uno di questi giornalisti da operetta che facesse vedere che ‘sta filiera non è un mostro mitologico, che è formata da questa, quella e quell’altra azienda, che gli aumenti li praticano i grossisti Tizio e  Caio, e magari che li intervistasse, Tizio e Caio.
Chiedere troppo, eh?

Consigli per la prudenza

Dice il sindaco di Roma, Alemanno (quello con la croce celtica al collo), che se uno è imprudente e va a campeggiare (illegalmente! famogli pure la multa!) fuori dalle mura urbane dopo il tramonto, poi, insomma, è colpa sua se incontra i briganti, i lupi mannari, i lebbrosi, gli intoccabili e i diseredati.

Infatti, per essere prudenti, bisognerebbe stare sempre vicino alle ronde militari che presidiano le strade cittadine di notte. Quando usciamo la sera, andiamo dunque là dove 6 o 7 valenti marmittoni montano di guardia; tutti lì, attorno a quei militi preposti alla nostra sicurezza.
Poi, quando ci siamo radunati in due o trecento accanto ai baldi soldati, je menamo.

Prima o poi…

Prima o poi anche Nanni Moretti si ammoscerà, perderà grinta, diventerà mollaccione, freddo, insipido, sarà stanco e stracco, non avrà più niente da dire e da dirci… Sigh!

stracchino_nonno_nanni

Girarsi dalla parte delle Olimpiadi

Dice il Dalai Lama che l’Esercito cinese, lunedi scorso, ha sparato su una folla di dimostranti in Tibet, facendo un numero imprecisato di vittime.
Non sappiamo cosa sia accaduto in Tibet, in realtà, né lunedì né nei mesi scorsi. Ma è proprio questo il fatto più grave: nessun giornalista occidentale può recarsi in quelle regioni e verificare i fatti.
O meglio: questo è il fatto più grave tra quelli certi. E questo è un fatto certo.
Eppure, nessuno dei governi democratici presenti in Cina con le proprie rappresentanze olimpiche ha protestato per questa limitazione alla libertà di stampa dei propri giornalisti; né lo faranno ora, nemmeno di fronte al sospetto di una vera e propria strage perpetrata solo 3 giorni fa.