Ulisse /Premessa 1: Dante

novembre 30th, 2007

Questo benedetto post su Ulisse lo rimando da circa un anno e mezzo. Perché è impegnativo. Allora, ecco, meglio se lo spezzo e comincio a scriverne delle parti, dei lemmi.

Cominciamo da una questione che non sta all’inizio ma in medias res (*); e cioè il viaggio fatale di Ulisse descritto da Dante in Inferno XXVI.
Lo spirito di Ulisse in forma di fiamma racconta, su precisa richiesta di Virgilio, la propria morte ("dove, per lui, perduto a morir gissi"), ovvero del viaggio di 5 mesi oltre le Colonne d’Ercole che si conclude con il naufragio in cui muoiono Ulisse e tutto il suo equipaggio.

Ma a quale episodio dell’Odissea si riferisce il racconto dantesco? Evidentemente al viaggio di Ulisse nell’Ade (Odissea X-XI): dall’isola di Circe l’eroe parte verso occidente e, varcato l’Oceano, in un giorno di navigazione giunge sulle rive del regno di Plutone… No, non c’è nessun naufragio; anzi, l’Ulisse omerico, dopo aver parlato con le ombre dei morti, riprende il suo viaggio. Inoltre, per Dante, Ulisse e la sua "compagna picciola" arrivano in vista di Gibilterra partendo sì dall’isola di Circe ("Quando/ mi diparti’ da Circe…") ma dopo molti anni: "Io e’ compagni eravam vecchi e tardi/ quando giugnemmo a quella foce stretta/ ov’Ercule segnò li suoi riguardi". La descrizione dantesca, in certi tratti, ricorda in effetti non il viaggio di Ulisse nell’Ade ma l’ultimo viaggio, quello profetizzato da Tiresia che Ulisse dovrà affrontare dopo il ritorno ad Itaca, come una condanna: il Laertiade dovrà infatti viaggiare fino a trovare un popolo che non conosce le arti della navigazione e non fa uso di sale: un viaggio indeterminato, che può durare fino alla vecchiaia e dopo il quale Ulisse potrà morire serenamente in Itaca.

Ma questa lieve ambiguità è probabilmente fortuita. Dante, come è noto, non conosceva il testo omerico; le sue fonti sono i vari scrittori latini che hanno riportato episodi e personaggi dell’Odissea. Né si può dire con certezza quali di questi autori (che, tutti, tacciono sulla morte di Ulisse) Dante conoscesse.
Insomma, Dante ha inventato; e ha tirato fuori un’invenzione straordinaria.

Ah, prima di proseguire vorrei chiarire che non sto facendo l’esegeta spaccacapelli – la mia competenza appena amatoriale non me lo consentirebbe. Vado a parare da un parte precisa, alla fine.

Tra gli elementi notevoli dell’Ulisse dantesco c’è il fatto che uno dei suoi tratti principali – il desiderio di scoperta e di conoscenza ("l’ardore… a divenir del mondo esperto") contribuisce a creare la rilettura rinascimentale, umanistica e poi anche illuministica di Ulisse. Per Dante, Odisseo sta tra i dannati, e la sua colpa è grave: il sacrilegio (il furto della statua di Atena a Troia) e pure l’inganno ("e dentro da la lor fiamma si geme/ l’agguato del caval"). Ma assieme a questa grave colpa c’è anche il riconoscimento della grandezza del personaggio.
Dante insomma "inventa" una figura quasi positiva alla quale fa interpretare un ruolo delicatissimo e fortemente simbolico. Del resto, a giustificare formalmente – documenti alla mano, per così dire – una certa simpatia per questo Ulisse c’è il fatto che dai suoi peccati è scaturita la caduta di Troia, quindi la fuga di Enea e quel che ne segue (creazione della stirpe romana, bla bla, fondazione di Roma, bla bla, la sede papale, bla etc.).

Allora, ecco, l’Ulisse di Dante diventa l’incarnazione del nostos, il ritorno, come ineluttabile istinto umano.
Anche l’Odissea è interamente imperniata sul nostos; ma Dante intende creare un grande simbolo, un segno(**) (collocandosi in ciò perfettamente nella tradizione latina). Il suo Ulisse non cerca la patria, la moglie e la famiglia: cerca la conoscenza. E, giunto al confine ultimo dell’esplorazione consentita – le Colonne d’Ercole – sente che è proprio oltre quel limite che deve andare per trovare "vertute e canoscenza".
Questo Ulisse non sa, mentre si lancia nel "folle volo", che sta seguendo un altro, più forte desiderio di nostos: non il ritorno in patria ma quello verso l’innocenza primigenia. E non sa neanche che l’unico punto di arrivo possibile di tale viaggio è la morte. Arringa i compagni ricordando loro la "semenza" umana, ed ha ragione più di quel che crede.
La navigazione verso occidente è infatti un viaggio verso l’abisso: infatti sembra sempre notte ("Tutte le stelle già dell’altro polo…"; "lo lume era di sotto della luna…"), e già questo richiama l’aspetto dell’Ade, del mondo dei morti pagano (nell’Odissea Ulisse va verso l’Ade facendo rotta ad occidente: in greco zhopos=oscurità=occidente). Poi l’avvistamento della "montagna, bruna/ per la distanza". È la montagna del Purgatorio, in cima alla quale si trova il giardino dell’Eden (con l’albero della conoscenza, bla bla, peccato originale, bla). Ma lì non ci si può andare – di sicuro non un uomo vissuto prima della venuta di Cristo – e allora dalla "nova terra" parte una tromba d’aria ("un turbo")(***) che affonda la nave e uccide Ulisse e tutti i suoi compagni.
I commentatori hanno sempre parlato, a tal proposito, della punizione per il peccato d’orgoglio di Ulisse: non ci dovevi andare, ben ti sta. Ma Dante – che mette Ulisse all’inferno non per questo ma per gli altri peccati già detti – dice piuttosto che quel desiderio di conoscenza è il più alto e il più forte "desio" che l’uomo sente; e che non può non seguirlo anche se non ha altro punto d’arrivo che la morte.
Del resto anche Beatrice (Purg. XXXIII) dice a Dante (e lo invita a prender nota, scrivitelo perbenino ché poi lo devi dire agli altri, giù) "del viver ch’è un correre alla morte". Insomma, si può dire e citare molto altro per chiarire questo punto, ma ora sorvolo.

Quindi c’è questo denso edificio ontologico di cui l’Ulisse dantesco si fa "segno".

Ora, che succede circa 200 anni dopo Dante? Succede il fatto forse più importante del Rinascimento: Colombo scopre l’America; inizia l’era delle grandi esplorazioni; le carte geografiche vanno ricomprate tutte. Si può, eccome, andare oltre l’oceano!
E del modello dantesco (e classico) che ne è? La fortuna della Comoedia, alla fine del ‘400, è già iniziata e non si fermerà più. Inoltre anche l’Odissea ha ricominciato a circolare.
Ed ecco allora la cosa straordinaria: la forza poetica dell’Ulisse dantesco (e la grandezza dell’opera di Dante nell’insieme) fa sì che la vicenda del canto XXVI dell’Inferno, invece di essere indebolita dalle scoperte geografiche, ne diventa l’esaltazione. Colombo stesso viene salutato come novello Ulisse; Vespucci scrive lettere in cui cita quei versi di Dante. La "nova terra", il Purgatorio, sembra la "profezia" poetica del Nuovo Mondo – un nuovo Eden.

L’oscurità, la morte, il naufragio voluto da quella insondabile volontà ("come altrui piacque!", verso la cui terribile grandezza torna nel ‘900 negli scritti di Primo Levi e poi di altri); gli elementi insomma di cupa ineluttabilità che Dante ha caricato sul suo personaggio si stemperano e passano in secondo piano, per i lettori rinascimentali. Ne risulta evidenziato l’aspetto di Ulisse come esploratore, caparbiamente in cerca della scoperta, del sapere; e questo aspetto guida anche la rilettura del testo omerico, tanto che il Canto di Ulisse finisce per apparire come uno degli elementi di congiunzione e di tradizione (per mezzo della poesia) tra il sapere antico e l’episteme moderna, fino a diventare ("Fatti non foste a viver come bruti…") uno dei vessilli della nascente scienza sperimentale.
(1.segue)

(*) Come scriveva Anacleto Bendazzi, la Divina Commedia è inferiore alla Bibbia come compiutezza e universalità: la seconda inizia infatti "In principio", mentre la prima "Nel mezzo". 😉
(**) Nel senso indicato da Piero Boitani – la mia fonte principale – in "L’ombra di Ulisse", Il Mulino 1992.
(***) Qui mi viene in mente quando si rompe l’otre dei venti di Eolo (Odissea X), ma questa è proprio una suggestione personale.

p.s. Questo post non c’entra niente con la Lectura Dantis fatta da Benigni ieri: l’ho scritto prima e neanche ricordavo che ci sarebbe stata. Ecco.

Categorie: filosofia

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Feed dei commenti5 Comments

  1. utente anonimo

    Come disse Borges “Dante è un Ulisse cristianizzato”… un altro folle alal stregua di ulisse che intraprende (scrivendo la D.C) un viaggio altrettanto folle però “autorizzato” da Dio.

    ps: segue, vero? (Non dopo il prossimo “benigni-hell!:)

    S.

  2. pbeneforti

    Dante come Ulisse ‘cristianizzato’ funziona soprattutto se si considera l’Ulisse dantesco e non quello omerico. 😉

  3. utente anonimo

    Ulisse Vs Ὀδυσσεύς … mi hai fatto venire in mente Eutanasia della critica… che di per sé non che sia niente di che ma parte però da spunti buoni..

    ciao mas.

  4. pbeneforti

    il lavagetto non l’ho letto; come critica, sono fermo ai best seller: Steiner, Bloom e Contini. 😉

  5. utente anonimo

    vabbè non mi riferivo a questo. ciao mas.

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