Ulisse /Premessa 1: Dante

Questo benedetto post su Ulisse lo rimando da circa un anno e mezzo. Perché è impegnativo. Allora, ecco, meglio se lo spezzo e comincio a scriverne delle parti, dei lemmi.

Cominciamo da una questione che non sta all’inizio ma in medias res (*); e cioè il viaggio fatale di Ulisse descritto da Dante in Inferno XXVI.
Lo spirito di Ulisse in forma di fiamma racconta, su precisa richiesta di Virgilio, la propria morte ("dove, per lui, perduto a morir gissi"), ovvero del viaggio di 5 mesi oltre le Colonne d’Ercole che si conclude con il naufragio in cui muoiono Ulisse e tutto il suo equipaggio.

Ma a quale episodio dell’Odissea si riferisce il racconto dantesco? Evidentemente al viaggio di Ulisse nell’Ade (Odissea X-XI): dall’isola di Circe l’eroe parte verso occidente e, varcato l’Oceano, in un giorno di navigazione giunge sulle rive del regno di Plutone… No, non c’è nessun naufragio; anzi, l’Ulisse omerico, dopo aver parlato con le ombre dei morti, riprende il suo viaggio. Inoltre, per Dante, Ulisse e la sua "compagna picciola" arrivano in vista di Gibilterra partendo sì dall’isola di Circe ("Quando/ mi diparti’ da Circe…") ma dopo molti anni: "Io e’ compagni eravam vecchi e tardi/ quando giugnemmo a quella foce stretta/ ov’Ercule segnò li suoi riguardi". La descrizione dantesca, in certi tratti, ricorda in effetti non il viaggio di Ulisse nell’Ade ma l’ultimo viaggio, quello profetizzato da Tiresia che Ulisse dovrà affrontare dopo il ritorno ad Itaca, come una condanna: il Laertiade dovrà infatti viaggiare fino a trovare un popolo che non conosce le arti della navigazione e non fa uso di sale: un viaggio indeterminato, che può durare fino alla vecchiaia e dopo il quale Ulisse potrà morire serenamente in Itaca.

Ma questa lieve ambiguità è probabilmente fortuita. Dante, come è noto, non conosceva il testo omerico; le sue fonti sono i vari scrittori latini che hanno riportato episodi e personaggi dell’Odissea. Né si può dire con certezza quali di questi autori (che, tutti, tacciono sulla morte di Ulisse) Dante conoscesse.
Insomma, Dante ha inventato; e ha tirato fuori un’invenzione straordinaria.

Ah, prima di proseguire vorrei chiarire che non sto facendo l’esegeta spaccacapelli – la mia competenza appena amatoriale non me lo consentirebbe. Vado a parare da un parte precisa, alla fine.

Tra gli elementi notevoli dell’Ulisse dantesco c’è il fatto che uno dei suoi tratti principali – il desiderio di scoperta e di conoscenza ("l’ardore… a divenir del mondo esperto") contribuisce a creare la rilettura rinascimentale, umanistica e poi anche illuministica di Ulisse. Per Dante, Odisseo sta tra i dannati, e la sua colpa è grave: il sacrilegio (il furto della statua di Atena a Troia) e pure l’inganno ("e dentro da la lor fiamma si geme/ l’agguato del caval"). Ma assieme a questa grave colpa c’è anche il riconoscimento della grandezza del personaggio.
Dante insomma "inventa" una figura quasi positiva alla quale fa interpretare un ruolo delicatissimo e fortemente simbolico. Del resto, a giustificare formalmente – documenti alla mano, per così dire – una certa simpatia per questo Ulisse c’è il fatto che dai suoi peccati è scaturita la caduta di Troia, quindi la fuga di Enea e quel che ne segue (creazione della stirpe romana, bla bla, fondazione di Roma, bla bla, la sede papale, bla etc.).

Allora, ecco, l’Ulisse di Dante diventa l’incarnazione del nostos, il ritorno, come ineluttabile istinto umano.
Anche l’Odissea è interamente imperniata sul nostos; ma Dante intende creare un grande simbolo, un segno(**) (collocandosi in ciò perfettamente nella tradizione latina). Il suo Ulisse non cerca la patria, la moglie e la famiglia: cerca la conoscenza. E, giunto al confine ultimo dell’esplorazione consentita – le Colonne d’Ercole – sente che è proprio oltre quel limite che deve andare per trovare "vertute e canoscenza".
Questo Ulisse non sa, mentre si lancia nel "folle volo", che sta seguendo un altro, più forte desiderio di nostos: non il ritorno in patria ma quello verso l’innocenza primigenia. E non sa neanche che l’unico punto di arrivo possibile di tale viaggio è la morte. Arringa i compagni ricordando loro la "semenza" umana, ed ha ragione più di quel che crede.
La navigazione verso occidente è infatti un viaggio verso l’abisso: infatti sembra sempre notte ("Tutte le stelle già dell’altro polo…"; "lo lume era di sotto della luna…"), e già questo richiama l’aspetto dell’Ade, del mondo dei morti pagano (nell’Odissea Ulisse va verso l’Ade facendo rotta ad occidente: in greco zhopos=oscurità=occidente). Poi l’avvistamento della "montagna, bruna/ per la distanza". È la montagna del Purgatorio, in cima alla quale si trova il giardino dell’Eden (con l’albero della conoscenza, bla bla, peccato originale, bla). Ma lì non ci si può andare – di sicuro non un uomo vissuto prima della venuta di Cristo – e allora dalla "nova terra" parte una tromba d’aria ("un turbo")(***) che affonda la nave e uccide Ulisse e tutti i suoi compagni.
I commentatori hanno sempre parlato, a tal proposito, della punizione per il peccato d’orgoglio di Ulisse: non ci dovevi andare, ben ti sta. Ma Dante – che mette Ulisse all’inferno non per questo ma per gli altri peccati già detti – dice piuttosto che quel desiderio di conoscenza è il più alto e il più forte "desio" che l’uomo sente; e che non può non seguirlo anche se non ha altro punto d’arrivo che la morte.
Del resto anche Beatrice (Purg. XXXIII) dice a Dante (e lo invita a prender nota, scrivitelo perbenino ché poi lo devi dire agli altri, giù) "del viver ch’è un correre alla morte". Insomma, si può dire e citare molto altro per chiarire questo punto, ma ora sorvolo.

Quindi c’è questo denso edificio ontologico di cui l’Ulisse dantesco si fa "segno".

Ora, che succede circa 200 anni dopo Dante? Succede il fatto forse più importante del Rinascimento: Colombo scopre l’America; inizia l’era delle grandi esplorazioni; le carte geografiche vanno ricomprate tutte. Si può, eccome, andare oltre l’oceano!
E del modello dantesco (e classico) che ne è? La fortuna della Comoedia, alla fine del ‘400, è già iniziata e non si fermerà più. Inoltre anche l’Odissea ha ricominciato a circolare.
Ed ecco allora la cosa straordinaria: la forza poetica dell’Ulisse dantesco (e la grandezza dell’opera di Dante nell’insieme) fa sì che la vicenda del canto XXVI dell’Inferno, invece di essere indebolita dalle scoperte geografiche, ne diventa l’esaltazione. Colombo stesso viene salutato come novello Ulisse; Vespucci scrive lettere in cui cita quei versi di Dante. La "nova terra", il Purgatorio, sembra la "profezia" poetica del Nuovo Mondo – un nuovo Eden.

L’oscurità, la morte, il naufragio voluto da quella insondabile volontà ("come altrui piacque!", verso la cui terribile grandezza torna nel ‘900 negli scritti di Primo Levi e poi di altri); gli elementi insomma di cupa ineluttabilità che Dante ha caricato sul suo personaggio si stemperano e passano in secondo piano, per i lettori rinascimentali. Ne risulta evidenziato l’aspetto di Ulisse come esploratore, caparbiamente in cerca della scoperta, del sapere; e questo aspetto guida anche la rilettura del testo omerico, tanto che il Canto di Ulisse finisce per apparire come uno degli elementi di congiunzione e di tradizione (per mezzo della poesia) tra il sapere antico e l’episteme moderna, fino a diventare ("Fatti non foste a viver come bruti…") uno dei vessilli della nascente scienza sperimentale.
(1.segue)

(*) Come scriveva Anacleto Bendazzi, la Divina Commedia è inferiore alla Bibbia come compiutezza e universalità: la seconda inizia infatti "In principio", mentre la prima "Nel mezzo". 😉
(**) Nel senso indicato da Piero Boitani – la mia fonte principale – in "L’ombra di Ulisse", Il Mulino 1992.
(***) Qui mi viene in mente quando si rompe l’otre dei venti di Eolo (Odissea X), ma questa è proprio una suggestione personale.

p.s. Questo post non c’entra niente con la Lectura Dantis fatta da Benigni ieri: l’ho scritto prima e neanche ricordavo che ci sarebbe stata. Ecco.

Signore degli elicotteri…

…Salga a te il mio lamento
Tu che sai che domattina devo andare a Firenze
E che troverò la coda che parte da Pratoest
Per lo sciopero di tutti i trasporti, di terra, d’aria e d’acqua,
E che ci metterò 5 ore ad arrivare sul Viadotto dell’Indiano
E, là giunto, ci resterò fino alla fine dello sciopero,
a meno che non mi butti in Arno o su una terrazza.
Tu che sai e che puoi, se proprio gli elecotteri son già tutti presi,
Potresti mica dire la tua possente parola: "Signor Scott, energia!"?

Pubblicato in io

Dicono

Dicono che il mio template va cambiato. Cioè, lo dice la mia insegnante di bloggologia, mica un qualunque vitello coi piedi di balsa. Dice che così com’è è out e i potenziali nuovi lettori (quelli più in, per lo meno) ricevono una cattiva prima impressione, vedendo un template così old fashioned.

Ora, la mia insegnante di bloggologia ha sempre ragione e io non sto chiedendo a voi, gentili lettori/commentatori di smentirla (so che lo fareste).
BENSÍ sono a chiedervi(*) di suggerire migliorie – sobrie e funzionali, chiaro – che rendano più leggibile, pulito e IN questo umile luogo di scialacquamento di tempo e parole.
Ringraziando fin d’ora, siamo a porgere(*) etc etc.

(*) Formule da epistolario burocratico, sovvenutemi per ragioni sconosciute.

La scoperta dell’acqua fresca

Che l’omeopatia sia efficace quanto l’acqua santa o il talismano del guaritore di turno (cioè per niente) lo sa bene chiunque abbia gli strumenti minimi per giudicare. Tuttavia fanno bene i ricercatori a continuare a produrre prove di ciò; e fanno bene le riviste come Lancet a pubblicarle.
Non perché tali prove possano convincere chi ha fede in quelle robe (non si convincono i credenti, quale che sia la loro "religione"); ma perché periodicamente i furboni che producono le pozioni omeopatiche provano a farsi dare soldi dal Servizio sanitario nazionale.

La cosa che non smette di stupirmi è la fermezza con cui i seguaci di quella o di altre credenze pseudoscientifiche rifiutano quei criteri di giudizio in base ai quali si possono falsificare tali credenze; e tuttavia li applicano quotidianamente in mille altre situazioni…

Il mercato dell’arte spiegato agli esordienti

Avendo una certa esperienza e frequentazione del mondo dell’arte, provo a mettere tali conoscenze a disposizione degli artisti esordienti e degli aspiranti tali (so già che me ne pentirò).
Ecco quindi un po’ di regolette, così come mi son venute in mente.

I galleristi (quelli veri) sono mercanti. I mercanti non necessariamente sono galleristi.

Il gallerista che ti chiede il 50% è onesto. Se ti chiede di meno puoi avere qualche dubbio (se sei in Italia).

Il gallerista che ti chiede dei soldi non è un gallerista, e neanche un mercante. Se invece ti chiede di regalargli un’opera alla fine della personale/collettiva/fiera/rassegna, allora ok.

Le opere d’arte, per il mercante/gallerista, si chiamano "lavori"; o anche "pezzi".

Le gallerie sono specializzate; è inutile proporre esordienti a chi tratta paesaggisti dell’800.

L’interlocutore/mediatore, per un artista, è il mercante d’arte; l’acquirente è la media e alta borghesia: farsene una ragione.

Per lavorare con un gallerista che non ti conosce devi avere delle referenze. Se non hai referenze conviene provare a presentare il proprio lavoro ad un critico che lavora con quel gallerista, piuttosto che al gallerista stesso.

Le mostre presso gli enti pubblici possono aiutare a farsi conoscere; ma non necessariamente qualificano chi vi partecipa. Quel che conta è che facciano un buon catalogo.

Le mostre organizzate dagli enti pubblici o associazioni mettendoci solo lo spazio espositivo e senza stampare cataloghi e fare promozione sono abbastanza inutili.

Gli enti pubblici possono anche essere acquirenti/committenti, certo.

Le fiere d’arte autentiche sono meno delle fiere d’arte fasulle. Queste ultime vendono gli stand agli artisti e stampano cataloghi mastodontici vendendone le pagine agli espositori. Sono una perdita di tempo e denaro. Le fiere d’arte autentiche, invece, vendono gli stand a galleristi, mercanti, editori, associazioni.

Le fiere d’arte autentiche che lavorano, in Italia, sono poche. La numero uno è Bologna (Artefiera); poi c’è Milano (Miart), ma molto distanziata; poi ce ne sono altre (Torino, Forlì etc.). Non ho dati aggiornati sulle minori.

Gli spazi pubblicitari sulle riviste d’arte li devono comprare i galleristi. Lo stesso per i redazionali pubblicitari dichiarati. L’articolo pubblicitario non dichiarato può pagarlo anche l’artista; ma non è una buona idea, a meno che non si tratti di un articolo spontaneo e non concordato che poi l’artista remunera di sua iniziativa regalando un pezzo al critico che l’ha scritto.

N.B: i mercanti d’arte sono mercanti.

E mo famo ginnastica!

Ore 11.52, RaiTre, attendendo il tg:
Esperta di Fisiopippoplutologia: "Ecco, questo esercizio si esegue in postura monopodalica e muovendo verticalmente l’arto controlaterale…"
Conduttrice-pro-casalinga-Voghera: "Cioè si sta su un piede solo e si alza il braccio opposto?"
Esp. di Fis.: "Esatto."

Massmediopatia

Massmediopatia: malattia che colpisce gli individui a bassissimo QI e che li induce a comportamenti e ragionamenti che imitano quelli appresi da mass media.

In realtà volevo solo fare una considerazione riguardante una dichiarazione di coso, lì. come-si-chiama, Rudy Hermann Guede; sì, quello del delitto di Perugia che hanno arrestato in Germania.
Costui ha detto che, prima di morire, la ragazza gli avrebbe detto le iniziali del nome dell’assassino.

Ora, non so se queste dichiarazioni siano vere, esatte o no. Se lo fossero, ecco, direi che il tizio in questione, Rudy è senz’altro 1) cretino; 2) massmediopatico.

Cioè, ti immagini una, accoltellata, che sta per morire e decide di rivelare le iniziali del suo assassino?! Ma cos’è? Un brutto giallo di serie C?! Una sceneggiatura di "Murder, she wrote"?! Maddai…!

Altro filmalattia (senza quiz)

hungerCon "filmalattia" – lo ricordo per chi si fosse appena messo in ascolto – intendo dvd guardati durante la forzata stasi domestica dovuta ad influenza o patologie simili. (Ho detto "lo ricordo" anche se quel neologismo non l’ho mai usato prima; e ciò ha senso; non me lo fate spiegare ché sono malato e non posso fa’ sforzi intellettivi).

Ho riguardato un altro film (in cassetta, non dvd) visto decenni fa; molto bello e con un grande cast; però non famoso. Non famoso come mi aspetterei, per lo meno.
Ecco, questo post, in sostanza, si/mi/vi chiede come mai "The hunger" ("Miriam si sveglia a mezzanotte") non sia un film stracult (*). Oddio, è molto patinato e eccede in retorica visiva; ma è del 1983! Per l’epoca avrebbe dovuto essere avanti, molto avanti. Basterebbero la scena dell’invecchiamento di Bowie e quella del rapporto lesbo-vampiresco tra Deuneuve e Sarandon; o la lezione di violino con omicidio di teenager. E poi Catherine Deneuve, David Bowie, Susan Sarandon sono in gran forma.
Mah, forse la mancata strafama dipende solo dal fatto che era un film inglese

(*) Prendo l’aggettivo dal bel libro di Marco Giusti "Dizionario dei film italiani – Stracult", che ogni tanto sfoglio con spasso.

Raffredvd quiz: soluzione

Ecco qua gli attori del quiz nei panni dei rispettivi personaggi:







L’attrice che non avevo messo (perché troppo riconoscibile, dài!) è


Yeah, The Rocky Horror Picture Show!
Ha indovinato solo lei. (Clap clap!)
(Update: Dandani dice che lo sapeva anche lui 😉 )

Come? Beh, sì, certo, ho messo le foto degli attori invecchiati di 20 o 30 anni… Ah, non l’avevo detto? Beh, ma il bello del quiz sta lì! (Il giochino si può fare ovviamente con molti altri film famosi di 30 o 40 anni fa…) 😉